Il senso critico dell’avvocato sia rivolto anche verso le proprie tesi

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Vincenzo Agosto*

 

una lettura ontologica sul senso della professione legale al giorno d’oggi

Questo mio contributo trae origine dai vari interventi che, nel corso del mio mandato da presidente del Consiglio dell’Ordine distrettuale degli Avvocati di Catanzaro, ho svolto davanti ai giovani avvocati che hanno prestato la formula di impegno, avviandosi così all’esercizio della professione forense.

Nel corso di queste occasioni, oltre al consueto auspicio di buon lavoro, cerco sempre di dire qualcosa relativo alla nostra professione e che possa interessarli e dargli l’idea di quella che sarà l’attività forense.

Nello scrivere questo intervento mi chiedevo perché quindi scegliere qualcosa che è destinato ad Avvocati giovani e che iniziano la professione quando, invece, la rivista su cui viene edito è destinata a tutti, anzi forse a coloro che sono maggiormente strutturati a livello professionale.

Forse la risposta sta nel fatto che la freschezza e l’entusiasmo di chi si approccia alla professione forense dovrebbe sempre improntare la nostra attività lavorativa che non può prescindere dalla voglia di approfondire, studiare, esaminare, criticare, rivedere ogni tesi, documento, prova, norma e pronuncia attinente al caso come fosse sempre il primo o il più importante caso che ci è stato affidato.

Noi avvocati, dico sempre, siamo chiamati a svolgere il nostro lavoro con la massima attenzione, con dedizione e meticolosità perché dalle competenze maturate e dalla preparazione nello studio dipende la vita delle persone.

Saremmo disposti a essere operati da un chirurgo incapace, impreparato, sciatto, negligente?

Ecco, allora perché dovremmo pensare che i nostri assistiti si debbano affidare a noi quando non ci comportiamo in maniera coerente con il mandato che ci viene affidato? È forse meno importante il nostro lavoro rispetto a quello di un medico che cura il corpo?

Ritengo che alla domanda non si possa rispondere che, alla stessa stregua di un medico, noi con il nostro lavoro curiamo la patologia giudiziaria, siamo i custodi della legalità, del corretto esercizio dell’azione giudiziaria, siamo coloro i quali sono chiamati a individuare le illegittimità costituzionali sollevando le relative eccezioni, questioni che sono sfuggite al vaglio del legislatore e finanche a quello minuzioso del Presidente della Repubblica.

Ritrovato quindi il senso del nostro lavoro, occorre capire in un’epoca in cui l’immagine dell’Avvocatura è offuscata come far sì che possa tornare a risplendere e a brillare della luce che merita.

Innanzitutto occorre un nuovo spirito solidaristico e di colleganza che parta dal rispetto rigoroso dalla deontologia, vera bussola per l’attività di ogni Avvocato che tale voglia definirsi.

Apparentemente infatti la deontologia non sembra più assumere il rilievo che invece deve avere, mentre in realtà si intreccia con i codici di rito e con quelli sostanziali e da essi trae la sua linfa, essendo evidente che il comportamento di un Avvocato si inserisce nella giurisdizione e le difformità rispetto alle regole che tutti siamo chiamati ad osservare comportano un danno alla collettività, oltre che ovviamente a tutta l’Avvocatura perché la violazione delle norme deontologiche colpisce tutti gli Avvocati, esattamente così come la commissione di un reato tocca tutti i cittadini.

Tollerare i comportamenti non conformi alle norme deontologiche sporca la reputazione di tutta la Classe Forense, cui consegue quell’offuscamento del prestigio sociale che oggi drammaticamente riscontriamo.

Accanto a questo,  occorre segnalare la mancata corretta valorizzazione del lavoro che compiamo, che è frutto di anni di studio, rinunce, frustrazioni, sacrifici che non vengono in alcun modo posti nella giusta considerazione laddove, ad esempio, non vengano utilizzate correttamente le tariffe professionali forensi, così consentendosi alla clientela di non riconoscere il giusto valore a ciò che viene fatto nel loro interesse. Se è ben vero infatti che la concorrenza impronta tutte le attività nel mondo moderno, è altrettanto vero che discostarsi da quelli che sono i valori parametrici dettati dal legislatore arreca un danno gravissimo a tutti i professionisti forensi.

Occorre dunque una prospettiva nuova perché, così come fanno tanti altri professionisti, non ci si discosti né dalle regole cui l’agire di ogni avvocato deve essere improntato, né dai parametri dettati dalle tabelle forensi.

Oltre a questo, a mio avviso, si deve riscoprire il valore più pieno e profondo dell’essere Avvocato, quello per cui noi siamo chiamati a stare al fianco dei nostri assistiti, ad assumere su di noi i loro affanni, le loro paure, le loro ansie, ritrovare quell’essere paràkletos, colui che è vicino, nel senso più profondo e antico del vocabolo, poi assunto in ambito religioso, senza mai dimenticarci che un lavoro svolto correttamente comporta la soddisfazione dell’assistito e quella nostra, il beneficio conseguito nell’interesse del cliente veicola molto di più il buon nome di un Avvocato di quanto non faccia una fitta rete di amicizie.

Infine mi permetto di evidenziare un ultimo aspetto che permea la nostra attività professionale, che è quello della critica.

Noi siamo abituati a censurare le sentenze emesse, i provvedimenti amministrativi, gli atti avversari, le tesi dell’accusa, a rivedere in senso critico la giurisprudenza che si è formata sul caso che stiamo esaminando, a verificare le norme nella loro gerarchia e nei contrasti, ma spesso dimentichiamo di criticare le tesi di cui ci facciamo portatori, ce ne innamoriamo, ci alitiamo sopra senza rivisitarle. Ecco, ogni tanto riesaminare anche ciò che abbiamo studiato per il caso che ci è stato affidato può essere un esercizio di umiltà e di buon senso e non può che giovare a noi stessi, oltre che agli assistiti.

Chiudo questo mio breve intervento ringraziando per l’ospitalità concessami e mi complimento per l’iniziativa editoriale e per il lavoro svolto per realizzarla con tutta l’Avvocatura vibonese, cui mi lega un sincero e profondo senso di amicizia e stima e tra le cui fila annovero tantissimi cari amici, prima ancora che Colleghi.

*avvocato, già presidente del COA di Catanzaro

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