Il detto del non detto

1455 views 9:27 am 0 Comments Dicembre 28, 2023

La motivazione è il parlare della sentenza. Essa – nella sua composizione costituzionale (forma e contenuto) – esprime significati massimamente “mondani” predelineati dalla significatività del mondo

Pietro Proto*

Nel detto di una proposizione si possono cogliere significati al di là della materialità delle parole o della loro fisicità. In ciò risiede il “detto del non detto”. Il silenzio eloquente della proposizione. Non è il “sottinteso” che può consistere in una ammissione o in una esclusione rinvenibile in negativo o per argomentazione a contrario dalla medesima proposizione o da essa implicitamente ricavabile dal significato semantico delle parole. E’ di più.

Il “detto del non detto” è espressione di senso. Il paragone può essere il rapporto tra poesia e pittura; tra partitura e musica. La pittura è una poesia muta. Il dipinto parla senza parlare; dice senza dire; altrettanto l’esecuzione della partitura va oltre la partitura stessa1. “Il non-parlato che sta nel parlato, quell’indicibile che è la passione2.

“Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio di quante se ne sognano nella tua filosofia3”. Ma, in quelle “più cose in cielo e in terra” quante parole e quanti significati non detti ci sono, come nei predicati normativi e nelle sentenze dei giudici?

Dietro le parole dette si celano parole ben più cariche di senso e di potenzialità profetica di quelle dette.

Il fantasma del padre di Amleto è la voce della coscienza della Terra. Egli è l’invisibile del visibile; l’immateriale del materiale; il contraltare del mondo reale. Nella realtà dei parlanti e delle cose il Fantasma, un essere immateriale, è irreale: l’irrealtà della realtà. Senza realtà non ci può essere irrealtà: l’irreale è la realtà dell’irrealtà. Il Fantasma è il senso della realtà. Esso rivela ciò che nella realtà è ma è silenziosamente invisibile.

L’assenza che rende possibile la presenza: l’assenza della madre rende possibile la presenza del simbolo4. L’assenza lascia il posto al senso della madre.

“Allora il Signore disse a Caino: “Dov’è Abele, tuo fratello?”. Egli rispose: “Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?5

“Si che lo sei. Sei il guardiano di tuo fratello. Sei il guardiano di te stesso e di tutto ciò che ti è stato affidato: di tutte le cose che ti circondano e che ti danno di che vivere. Ti è stata donata la vita ed i mezzi per conservarla. La terra ti è stata concessa per averne cura e trarne profitto ma senza violentarla e pervertirla. Ma tu, ingordo e pieno di cupidigia come sei, ne hai fatto una discarica di malignità e di morte; al profumo delle gemme hai sostituito il fetore putrido delle tue ciminiere; hai avvelenato le acque con le scorie della tua avidità; hai imbrattato la terra con le tue feci e con le feci dei tuoi consumi; ti era stata donata senza vincoli e confini e tu l’hai frazionata e te ne sei appropriato lasciandone altri senza nemmeno un oncia di che coltivare; hai preso l’utero di tua madre, di tua sorella e della tua compagna e nei hai fatto un opificio generatore di esseri non figli delle loro madri e figli non nati da donna. Ti sei voluto porre al di sopra della natura; l’hai pervertita e piano piano l’hai distrutta e con essa hai distrutto te stesso perché sei parte di essa..

Ma Signore come hai avrei fatto tutto questo? E quando l’avrei fatto?

Che hai fatto?” “La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo.6

“L’hai fatto ora e lo farai ancora per tutti i giorni di tua vita.

Signore ti ho offerto le primizie della terra e non le hai gradite. Hai gradito, invece, Abele che ti offriva primogeniti in olocausto.

Il gregge è formato da esseri che vivono e muoiono. Esso si autointegra, si autogenera e rigenera senza intervento dell’uomo.

Le tue primizie erano frutto di sventramento della terra, della sua trasformazione e adulterazione. Essa non è più quella che ti ho concesso. L’hai manipolata e piegata alle tue necessità di profitto.

Ma, Signore, se vengo da Te, a Tua immagine mi hai creato, perché mi additi malvagio?”

Di qui il silenzio. L’imperscrutabile. La non risposta non ha risposte. Inizia il travaglio dell’esistenza appesa al dubbio e all’incertezza.

Il silenzio ubbidiente di Abramo all’ordine di Dio di sacrificare il figlio che amava7 squarciato dal grido di Isacco sul monte Moria “Dio del cielo abbi pietà di me, Dio di Abramo abbi pietà di me; se io non ho un padre sulla terra, sii tu mio padre8”.

Lo stesso grido del figlio che squarcia il silenzio di Dio-Padre si ripete ancora:

“Padre allontana da me questo calice …9”.

“Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato10”.

Dio tace; il silenzio va oltre il suo nascondimento. E’ assenza profonda. Non è. Adamo è purificato. Abele è vendicato. Prima “eccomi!11”, poi “Tutto è compiuto!12”. L’uomo dapprima cacciato ora è gettato-consegnato nel mondo13. Questo è il senso significativo del silenzio: era già stabilito; nulla poteva essere cambiato; nulla poteva essere detto. Silenzio eloquente? No! Silenzio, sensato sì. Qualsiasi discorso sarebbe stato inutile, inoportuno: “chiacchiera14”. Chi nel parlare tace, lascia comprendere, promuove comprensione. Il riserbo, in quanto modo di parlare, articola la comprensione e genera il puro saper-sentire: il manifesto essere con gli altri15.

Il parlare è esistenzialmente linguaggio16. Il sentire è costitutivo del parlare; il tacere è una possibilità del parlare17. Non qualsiasi tacere, ma quello sensato, ovvero voluto come scelta possibile alternativa al parlare, cosicchè il non parlare per scelta dell’essere dell’esser-ci o dell’in-essere, è per ciò stesso espressione di senso, è semantico, e come tale è un dire sensa dire.

La motivazione è il parlare della sentenza. Essa – nella sua composizione costituzionale (forma e contenuto) – esprime significati massimamente “mondani” predelineati dalla significatività del mondo. Il diritto è un’interpretazione del mondo e la sentenza è espressione finale del luogo dello svolgimento dell’opera di interpretazione (articolazione interna della comprensione). Lei stessa è interpretazione del mondo e allo stesso tempo è il mondo interpretato. Essa è la norma ma nel contempo è a sua volta figlia di norme che ne predelineano la forma e il discorso, lo spazio ed il tempo18.

La forma succinta e concisa apre un ambito carico di senso e di significati di cose non dette: il “fantasma” della motivazione; l’assenza di dicta che rende possibile la presenza di quelle parole, di quelle spiegazioni non date perchè non dette, ma di cui se ne avverte la presenza: l’inconscio che si esplica nell’essenza. Per dirla con Derrida, nella “différance” tra un segno ed un altro, un simbolo ed un altro19 si coglie il senso.

Il non detto per essere produttivo di significato deve essere significante e significativo. Esso non può che scaturire dal parlare chiaro e puro del detto, altrimenti è una muta “chiacchiera20”.

Al detto del non detto in quanto non detto sensato o tetico si contrappongono una serie di forme di tacere prive di significato perché a loro volta originate da un parlare insensato o da un non saper dire; quindi originate dalla “chiacchiera” e come tali sono “chiacchiera-muta”

Il non detto – proprio perché silenzio tetico o sensato che scaturisce da una scelta originata dal parlare “genuino”, sensato o tematico dico io, nell’ambito del discorso triale del processo – deve essere in rapporto diretto e semantico con il detto21.

Questo discorso diventa importante nel rapporto tra motivazione (succinta) della sentenza e motivazione dell’atto di appello22.

Il detto del non detto della sentenza deve essere estratto maieuticamente per essere oggetto della parte che si appella e per articolare le richieste di modifica alla ricostruzione del fatto.

Tale operazione implica l’incontro con il linguaggio; ciò che l’ermeneutica essenzialmente è. Il linguaggio è strumento per analizzare e comunicare una realtà fuori e indipendentemente da esso; interpretazione vuol dire risalire dal segno al significato, dalla parola alla “cosa” che essa indica.

Come si ascolta il lingaggio?

Leggere è raccogliere: raccogliersi nel raccoglimento in ciò che, in quel che è detto, rimane non detto. Nel passaggio da un linguaggio patente ad un linguaggio latente occorre accertarsi con rigore prima di tutto del senso patente. A tale proposito è fondamentale che il parlante e il raccoglitore parlino la stessa lingua. Solo la conoscenza e la pratica della lingua libera la differenza tra il nascosto ed il manifesto.

Il “non detto” è l’”A”ssoluto della motivazione della sentenza; mentre il “detto” si risolve nella mediazione del generale costituito dai segni (linguistici), il non detto è una rinuncia-rifiuto di esprimere il generale attraverso il dire, ed il suo nascondimento è l’“A”ssoluto. Il non detto è la parte segreta della decisione strutturalmente in rottura con la manifestazione illustrativa del sillogismo. Esso è l’“ironia” della sentenza, socraticamente intesa23, perché dice senza dire nulla: “se Abramo avesse risposto (ad Isacco): non so nulla, avrebbe detto una falsità. Egli non può dire nulla, perché ciò che sa non lo può dire.”. Egli allora rispose: “Dio provvederà un agnello per l’olocausto, figlio mio24”. Abramo non dice il falso, ma neppure dice qualcosa, poiché egli parla in una lingua straniera25. Non dice il falso perché pur sapendo che l’agnello è Isacco è sempre possibile che Dio faccia cosa diversa, ma non dice il falso perché comunque è sempre Dio che provvede all’agnello.

*avvocato, Comitato Scientifico Il Foro Vibonese, cultore della materia all’Università Magna Graecia di Catanzaro

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  1. G. Ripanti, Gadamer, Assisi, 1978, 35. ↩︎
  2. Barcellona, Critica del nichilismo giuridico, cit., 269. ↩︎
  3. Shakespeare, Amleto, Atto I, Scena V,Trad. a cura di Luigi Squarzina, Roma, 1993 ↩︎
  4. M. Recalcanti, Le mani della madre, Milano, 2015, 55. ↩︎
  5. Gen., 4. 10. Il resto dei dialoghi, che interagiscono con il linguaggio biblico, è mio.   ↩︎
  6. Gen., 4. 10 ↩︎
  7. Gen., 22. ↩︎
  8. Kierkegaard, Timore e tremore, cit., 33. ↩︎
  9. Mc, 14. 36. Lc, 22. 42. ↩︎
  10. Mt, 27. 46. Mc, 15. 34. ↩︎
  11. La risposta di Abramo al Signore, Gen., 22.   ↩︎
  12. Gv., 19. 30. ↩︎
  13. Sulla espressione dell’esser-ci (uomo) cacciato come consegnato nel mondo, v.: Heidegger, Essere e Tempo, cit., 226. ↩︎
  14. Heidegger, Essere e Tempo, La chiacchiera, par. 35, cit., 241 ↩︎
  15. Heidegger, cit., 237-238. ↩︎
  16. Heidegger, cit., 237-238. ↩︎
  17. Heidegger, Essere e Tempo, cit., 235/237. ↩︎
  18. La disciplina della forma ed il contenuto della sentenza si rinvengono massimamente nell’art. 111 Cost. sull’obbligo di motivazione, negli artt. 275/279 c.p.c.; negli artt. 132 c.p.c., 118 e 119 att. c.p.c., sulla sinteticità e concisione della motivazione, che insieme con l’art. 112 e gli artt. 281quinquies e 281sexies c.p.c. ne delimitano l’ambito operativo spazio-temporale. Ai sensi dell’art. 122 c.p.c., la cui rubrica esordisce “Uso della lingua italiana (…)” la sentenza deve essere redatta e scritta nella lingua italiana.   ↩︎
  19. Derrida, “La différance”, termine apparso per la prima volta in una confernza del 1968 intitolata appunto “La différance”; “diffèrance” al posto di “diffèrence” perché è il neologismo francese dell’Autore che non trova un corrispondente termine in italiano. C. Di Martino, Oltre il segno. Derrida e l’esperienza dell’impossibile, Milano, 2001, Cap. IV, “La différance”, 113/169 ↩︎
  20. Il concetto di “chiacchiera” è qui inteso e riportato in senso heideggeriano privo di qualsiasi intento denigratorio. Heidegger, Essere e Tempo, cit., 241. ↩︎
  21. “Solo il parlare “genuino” rende autentico il tacere”. Heidegger, Essere e Tempo, cit., 237 ↩︎
  22. L’art. 342 c.p.c. richiede la motivazione dell’appello con la indicazione delle parti del provvedimento che si intende impugnare e delle modifiche che vengono richieste alla ricostruzione del fatto compiuta dal giudice di primo grado.   ↩︎
  23. L’ironia socratica consiste nel non dire nulla, nel non dichiarare alcun sapere, ma nell’interrogare, nel far parlare e nel far pensare. Concetto pienamente attinente al rapporto tra motivazione succinta della sentenza e motivazione dell’atto di appello. Il non dire della decisione si traduce in dire molto nella motivazione dell’atto di impugnazione. ↩︎
  24. Gen., 22, 8. ↩︎
  25. Kierkegaard, Timore e tremore, cit., 151/153. Derrida, Donare la morte, cit., 94.   ↩︎
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