Rita Bernardini e Nessuno Tocchi Caino a Vibo Valentia su invito della Camera Penale per il seminario ‘Reinserire è meglio che punire’. Tutti d’accordo sul fatto che i penitenziari sovraffolati creano al loro interno soldati di mafia.
“La presidente della Corte di Cassazione, in un convegno tenutosi a Firenze questa estata, ha affermato che sono possibili nuove e diverse forme di collaborazione tra autorità giudiziaria, istituzioni penitenziarie, servizi sociali per avviare percorsi rieducativi e di effettivo reinserimento sociale. Ogni persona ha diritto alla speranza“.
E’ iniziato così, citando una frase di Margherita Cassano (attuale presidente della Cassazione) l’intervento di Rita Bernardini, presidente di Nessuno tocchi Caino (ONG il cui principale obiettivo è la lotta contro la tortura), nell’ambito del convegno-seminario ‘Reinserire è meglio che punire’, organizzato il 28 settembre scorso dalla Camera Penale di Vibo Valentia, presieduta da Giuseppe Aloi (che ha moderato i lavori).
Nessuno tocchi Caino, rappresentata anche dal suo segretario e fondatore Sergio D’Elia e dalla tesorieria Elisabetta Zamparutti, in mattinata era stata con una sua delegazione alla casa circondariale di Vibo Valentia, per avere conoscenza della situazione carceraria. “Ci eravamo stati dieci anni fa e la situazione era terribile- ha detto Bernardini- come in quasi tutta la Calabria dove c’è una proporzione da record fra detenuti e popolazione. Oggi comunque possiamo dire che Vibo Valentia è una ex Guantanamo, c’è una situzione migliore”.
Il sovraffollamento delle carceri è stato il tema centrale del convegno: attualmente in Italia ci sono 10mila detenuti in più di quanto ne potrebbero contenere i 189 istituti penitenziari, con un aumento di 2679 rispetto al 2022; il 70-80 percento è recidivo (mentre soltanto il 10 percento è alla prima carcerazione tutti gli altri ci sono già stati). Quindi, la permanenza nelle patrie galere rarissimamente offre seri percorsi di recupero verso il reinserimento sociale. Fatto osservato anche dal magistrato Corrado Caputo, sostituto procuratore a Vibo Valentia: “Quando ero uditore andai a visitare il carcere di Napoli. Mi fecero notare che i nuovi detenuti tendevano a inserirsi in gruppi dominati dai camorristi”.
A rendere ancora più complicato questo quadro sono i 57 mila e oltre soggetti interessati dall’area dell’esecuzione penale e detenuti, oltre agli 80mila soggetti in carico agli UEPE tra misure alternative e di comunità. C’è poi l’esercito dei ‘liberi sospesi’ , cioè le oltre 100mila persone che attendono che il magistrato di sorveglianza decida la loro destinazione in carcere o in misura alternativa.
Oltre al procuratore Caputo sono intervenuti il presidente della Provincia (e ospite, poichè il convegno si è tenuto nell’aula del Consiglio provinciale) Corrado L’Andolina; il giornalista Maurizio Bonanno, il quale ha posto l’accento sull’eccesso di carcerazione nei confronti di chi si macchia dei cosiddetti reati ‘bianchi’; il Sostituto Procuratore della Repubblica di Valentia Maria Cecilia Rebecchi; l’assessore comunale Giusi Fanelli in rappresentanza del Sindaco di Vibo Valentia Maria Limardo; il responsabile del corsi di formazione del COA Antonello Fuscà (anch’egli, peraltro, assessore comunale a Vibo Valentia); il Garante dei detenuti per la regione Calabria Luca Muglia; Valentina Spizzirri e Renato Vigna dell’osservatorio carceri UCP; l’ex sindaco di Gioiosa Rocco Femia. Hanno inviato i loro saluti il Presidente del Tribunale di Vibo Valentia Antonino Di Matteo e il Gip del Tribunale di Lamezia Terme Domenico Riccio.
L’unica soluzione possibile di fronte allo stato delle cose, secondo Nessuno tocchi Caino, è un riequilibrio di risorse fra il budget destinato all’amministrazione penitenziaria (3 mld e 92 milioni annui) e quello destinato alle misure alternative e di comunità (280 milioni). Per far questo occorrerebbe diminuire sensibilmente la popolazione detenuta destinando il carcere a persone veramente pericolose.
L’Ong, per mezzo di Rita Bernardini, ha infine rivolto un appello al Ministro della Giustizia: attuare la norma dell’ordinamento penitenziario che prevede l’istituzione dei Consiglio d’aiuto sociale, mai istituiti se non in rarissimi casi, nei penitenziari. I Cas hanno per legge la specifica finalità di reinserimento sociale.
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