Il diritto contro l’immigrazione

19 views 3:06 pm 0 Comments Agosto 7, 2026

*Alberto Scerbo

 

Dal “pacchetto sicurezza” al Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, le politiche migratorie si sono progressivamente trasformate in un sistema emergenziale, securitario e repressivo. Tra accordi con la Libia, decreti Salvini e Cutro e protocollo Italia-Albania, il migrante viene criminalizzato e allontanato dallo spazio dei diritti. Una deriva che mette in discussione la dignità umana, i principi costituzionali e la coscienza democratica dell’Europa.

 

Il 12 giugno 2026 è entrato in vigore il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, che costituisce l’ultimo tassello di un percorso politico e giuridico che, con alti e bassi, ha affrontato il fenomeno dell’immigrazione in maniera non strutturale, ma sicuramente privilegiando un indirizzo costantemente votato al rifiuto dell’alterità.

Un atteggiamento presente già nella legislazione italiana dei decenni precedenti, ma che ha ricevuto una spinta ancor più incisiva nell’ultimo periodo. Un decisivo mutamento di prospettiva si è determinato nel momento in cui il fenomeno migratorio, a partire dal “pacchetto sicurezza adottato dal governo Berlusconi con la legge n. 94 del 2009, è stato associato in maniera diretta, e indiscutibile, alla sicurezza pubblica, inaugurando un tòpos che, con crescente disvalore, si è protratto fino ai giorni nostri.

L’immigrazione si è inserita in un circolo vizioso, per il quale la politica, sostenuta dalla grancassa dei mezzi di comunicazione, ha alimentato nella collettività la paura del diverso, per farsi poi interprete del diffuso sentire popolare, sintetizzato dalla presunta richiesta di pace e ordine pubblico. In tal modo si è posta come il banco di prova di una visione populistica del sistema penale, che ha gradualmente emarginato i fondamentali valori di un garantismo costituzionalmente orientato, per accogliere, surrettiziamente, i principi regressivi di uno strisciante diritto penale del nemico.

Da questo momento in poi il problema dell’immigrazione è stato sottoposto, senza distinzione di colore politico, ad una lettura economicista ed emergenziale, con l’aggiunta, peraltro, di una progressiva criminalizzazione e disumanizzazione del migrante. In questo senso un importante punto di svolta è stato rappresentato dal Decreto Minniti-Orlando del 17 febbraio 2017, n. 13, convertito nella legge n. 46 del 13 aprile 2017.

Un intervento legislativo sicuramente da ricordare, ma non per l’attenzione per i diritti fondamentali o la tutela della dignità dei migranti, quanto per la benevolenza usata nei confronti di regimi illiberali e di assoluta immoralità e insensibilità umana, blanditi politicamente e aiutati finanziariamente, al solo scopo di garantire l’esecuzione degli atti di espulsione, respingimento e allontanamento degli stranieri irregolari.

Il vertice di questo piano di “profonda” raffinatezza giuridica è stato toccato con la firma, avvenuta il 2 febbraio 2017, del Memorandum d’intesa tra Italia e Libia, con il quale lo Stato italiano si è impegnato, all’interno del discutibile processo di esternalizzazione del controllo delle frontiere, a fornire supporto tecnico e tecnologico alla guardia di frontiera e a quella costiera libiche per la lotta contro l’immigrazione clandestina, ma, di fatto, per la gestione dei flussi migratori. Con la supina accettazione, ad occhi chiusi, e senza alcun rimorso, della disumanità dei centri di detenzione libici, considerati, da tutti gli organismi internazionali e dai più scrupolosi osservatori in materia di diritti umani, dei veri e propri lager, gestiti da criminali, dediti a torture e altre atrocità.

Si compie, in tal modo, il passaggio dalla punizione della clandestinità alla criminalizzazione del migrante in sé, che aumenta di intensità con i successivi governi di matrice conservatrice.

I decreti Salvini, n. 113/ 2018 e n. 53/ 2019, si connotano per alcuni tratti caratteristici, che ad una volontà strettamente repressiva affiancano una regolamentazione fortemente limitativa sul piano dei diritti. Infatti, nell’ottica di una politica del sospetto, che vede nel migrante non una persona sofferente alla ricerca di stabilità e di condizioni di vita dignitose, ma un soggetto pericoloso, mosso dal desiderio di aggirare le disposizioni dell’ordinamento giuridico per alterare l’ordine sociale, si statuisce la scomparsa del permesso di soggiorno per motivi umanitari. E sebbene vengano tipizzate alcune fattispecie speciali, più che altro per non violare palesemente disposizioni internazionali e prescrizioni comunitarie, si comprende bene che si è voluto scardinare un meccanismo, che, pur se indeterminato nel contenuto e problematico negli aspetti procedurali, si è palesato come uno strumento di garanzia per la soluzione di situazioni altrimenti indefinibili.

Di particolare significato è poi l’estensione della detenzione amministrativa, con la previsione di nuove ipotesi, ma anche con l’introduzione del trattenimento del richiedente asilo “per la determinazione e la verifica dell’identità e della cittadinanza”. Ora, al di là del fatto che non è sicuramente una prassi di civiltà giuridica un’accoglienza di questo tipo riservata a chi richiede protezione per sfuggire alla persecuzione o alla prigione nel Paese di origine, è necessario sottolineare la precarietà degli hotspot e dei centri di prima accoglienza, che, contrariamente alle denominazioni, attuano sostanziali misure di limitazione della libertà personale, peraltro non disciplinata e affidata alla potestà regolamentare degli organi esecutivi. Senza contare che per gli immigrati irregolari si è previsto che il trattenimento possa avvenire anche in luoghi idonei nella disponibilità dell’autorità di polizia o di frontiera, con una delega di fatto attribuita alla discrezionalità dell’autorità amministrativa per la gestione di luoghi di detenzione e la determinazione delle modalità con cui regolare la privazione della libertà personale. Secondo una logica che mira ad una vera e propria ghettizzazione dei migranti.

Un’idea che giunge al punto estremo quando la disumanità della politica e del diritto si formalizza attraverso il pervicace contrasto alle operazioni di salvataggio delle organizzazioni non governative, accusate di essere complici dei trafficanti di immigrati. Con la massima attenzione per la presunta difesa del territorio dall’invasione dello straniero, ritenuta preminente rispetto alla vita umana, osservata con totale distacco, fino alla strenua opposizione ad ogni forma di aiuto, valutato come atto inappropriato, eticamente discutibile, quasi illegittimo.

A questo punto l’avversione nei confronti dei migranti si è inserita in un quadro internazionale molto compatto, soprattutto per la convergenza creatasi tra l’amministrazione americana nazionalista e accentratrice e la diffusione, nel panorama europeo, di governi conservatori a forte vocazione populista. Questa miscela ha incentivato le politiche di contrasto all’immigrazione, con il conseguente innalzamento del livello di odio sociale, che ha finito per svelare il volto crudele del potere, capace ormai di non sentire alcun sentimento di compassione per un’umanità disperata e di vantarsi dell’assenza di commozione davanti ai corpi esanimi di donne e bambini innocenti.

Un’umanità che riaffiora, con il suo lancinante grido di accusa, nella morte dei migranti sulla spiaggia di Steccato di Cutro, dove si è manifestata, inesorabile, la distanza tra i governanti e la comunità politica. Da una parte, i rappresentanti del potere che non esitano a bloccare gli interventi di salvataggio in mare della guardia di finanza e della guardia costiera, per una riprovevole decisione ideologica scevra da ogni pur piccola vena emotiva. Dall’altra, i comuni cittadini, di un Meridione perennemente calpestato e deriso, che si prodigano per trarre in salvo vite umane, senza badare al colore della pelle, alla religione, alle condizioni economiche e sociali, per puro spirito umanitario. E ancora, da un lato ministri che in un crescendo di dichiarazioni deliranti, e glissando sulle proprie responsabilità, colpevolizzano i migranti, perché neppure la disperazione può giustificare la necessità di attraversare il mare e di mettere in pericolo i figli. Dall’altro, le autorità locali e la popolazione che approntano la camera ardente per piangere i morti, assistere i familiari delle vittime e dare conforto ai fratelli stranieri, dando una lezione di civiltà al mondo. E infine, le istituzioni dello Stato che pensano alle abituali esternazioni propagandistiche, senza mai mostrare pietà e vicinanza alle persone sofferenti, mentre migliaia di calabresi si riuniscono per una Via Crucis interconfessionale, conclusa con una preghiera collettiva sulla spiaggia luogo della tragedia.

Lo spettacolo della vergogna ha rivelato come il continuo martellamento inscenato nel tempo dalle forze politiche, dagli strumenti di informazione e dai social media ha avuto la capacità di configurare un Paese privo di senso critico, e perciò esposto al dominio dei luoghi comuni, ma soprattutto senza anima. Il c.d. Decreto Cutro (Decreto Legge 10 marzo 2023, n. 20, convertito nella Legge 5 maggio 2023, n.50), sostenuto dal mantra della lotta all’immigrazione clandestina e della punizione dei trafficanti, ha proseguito il programma restrittivo imperante, con l’introduzione di disposizioni che, di fatto, ribadiscono l’opposizione all’azione in mare delle Organizzazioni Non Governative e con la quasi abolizione della protezione speciale per i rifugiati, cioè quella “umanitaria”, oltre ad una maggiore restrizione dell’accoglienza dei minori non accompagnati e dei soggetti vulnerabili.

L’offensiva scatenata contro gli immigrati, sulla base di false sensazioni securitarie trasmesse all’opinione pubblica e a superficiali analisi socio-statistiche non rispondenti alla realtà, ha condotto, in un crescendo di misure dirette a salvaguardare i confini e a garantire il controllo del territorio, alla formalizzazione di un processo di extraterritorializzazione delle frontiere, con la precipua finalità di procedere ad un accertamento preventivo del diritto di entrare nello Stato italiano.

Ad un rafforzamento delle procedure per l’allontanamento, il respingimento e il rimpatrio si è, così, aggiunto il protocollo Italia-Albania del 6 novembre 2023, ratificato con la legge del 23 febbraio 2024, n. 14, con il quale si permette la costruzione di due strutture per l’accoglienza di migranti intercettati in mare dalle autorità italiane, al fine di sottoporli alle procedure di frontiera o di rimpatrio previste dalla normativa italiana ed europea.

Una soluzione di questo genere non si può certo pensare che sia predisposta in favore dei migranti, quanto, all’opposto, per limitare al massimo approdi e ingressi indesiderati. Sicché, grazie ad una disciplina alquanto confusa e improntata ad una certa vaghezza, si delinea un sistema “repressivo” possibilmente sottratto allo sguardo critico dei commentatori garantisti e magari anche alla severità legalista degli organi della giurisdizione.

Le particolari condizioni operative riescono, pertanto, a giustificare, come recita l’art. 6, comma 5, del Protocollo, “le misure necessarie al fine di assicurare la permanenza dei migranti all’interno delle Aree, impedendo la loro uscita non autorizzata nel territorio della Repubblica d’Albania, sia durante il perfezionamento delle procedure amministrative che al termine delle stesse, indipendentemente dall’esito finale”. Un organizzazione che fa pensare ad un campo di prigionia, piuttosto che ad un mero centro di accoglienza, con quanto ne consegue, ancora una volta, in ordine al rispetto dei diritti umani e dei fondamentali principi costituzionali, base ineludibile per la sopravvivenza di un ordinamento democratico.

Il Patto europeo sembra, pertanto, la logica conclusione di un’atmosfera ormai rarefatta sul tema dell’immigrazione, finalizzato espressamente ad assicurare “frontiere esterne sicure” e “procedure rapide ed efficienti”, mentre il principio di solidarietà, per evitare possibili fraintendimenti aperturisti, è stato collegato strutturalmente a quello di responsabilità. Sicché, lo schema Albania è diventato il modello per il nuovo sistema complessivo comunitario. Nel senso che l’asse operativo si è spostato all’esterno dei territori statali e l’accelerazione delle procedure consente un’analisi più veloce delle richieste di asilo, a fronte, però, di una maggiore difficoltà a fornire la consistente documentazione richiesta.

Tutto ciò fa intuire chiaramente che lo scopo diretto della legislazione comunitaria è esclusivamente la definizione delle relazioni tra gli Stati in materia di immigrazione e che il principio solidaristico invocato non funziona dall’alto verso il basso, ma opera in senso orizzontale e riguarda unicamente i rapporti tra i governi. Cosicché, il Patto si prospetta, in definitiva, come un insieme di misure securitarie, finalizzate a bloccare i migranti ai confini dei Paesi europei e a garantire il mantenimento della sovranità e della discrezionalità statale in merito alle decisioni sugli ingressi.

Con buona pace del rispetto dei diritti fondamentali della persona umana, richiamato dall’art. 2, comma 1 e art. 3, comma 5 T.U., che dovrebbe orientare l’azione della politica e il lavoro del diritto, perché consente il rinvio all’”essere proprio” dell’altro, che definisce l’incontro tra diversi attraverso la valorizzazione degli aspetti “ontologici”, che accomunano gli uomini. Soltanto in questa prospettiva è possibile comprendere che l’altro non deve essere più “altro”, ma “uno di noi”, perché non bisogna mai dimenticare che, in un gioco degli specchi, anche per gli altri noi siamo altro.

Acquisire la consapevolezza che l’altro non è fuori, ma dentro di noi, conduce al riconoscimento dell’essere dell’uomo, che non discende da un suo specifico status, ma dal suo stesso esistere, e corrisponde alla sua vita, alla sua storia personale, a quella di ogni singolo individuo. Ed allora, dietro gli spettri che si aggirano nei mari o i corpi che giungono esanimi sulle spiagge, pensiamo sempre che si nascondono storie individuali, uniche, che danno il senso dell’essere di persone singolari, ma contribuiscono a definire anche il senso del nostro essere, se uomini dotati di umanità o corpi privi di anima.

 

* Ordinario di Filosofia del Diritto all’Università Magna Graecia di Catanzaro

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