“… L’istante della decisione è la follia ….” Kierkegaard
Pietro Proto
L’istante della decisione è follia perché è frattura del tempo che interrompe ogni possibilità di afferrare, prendere, comprendere: strutturalmente in rottura con il sapere e dunque votata alla non manifestazione, all’esilio. Il silenzio della follia è un non detto, altro rispetto al detto del non detto, che non può essere detto nel logos, ma reso metaforicamente nel pathos. La follia è l’ombra inafferrabile della decisione. E’ la prova di un’opera senza scampo, laddove nessuna regola, nessuna norma, può indicarci una via d’uscita.
La decisione collega e separa nello stesso tempo ragione e follia. La follia è l’ellissi della decisione; decisione che qui deve essere intesa sia come l’atto originario di un ordine, una sentenza, un decreto, sia come una lacerazione, una cesura, una discessione o meglio un dissenso: una divisione da sé; una spartizione e un tormento interiore del “senso” in generale e del logos in generale; una spartizione nell’atto stesso del sentire: assenza d’opera.
Mi piace ricordare il paragone tra l’angoscia di Abrano nel viaggio di tre giorni per raggiungere il monte Moria e compiere il sacrificio umano e la tribolazione che anima l’istante della decisione. La follia nell’attimo della decisione di Abramo che liberamente poteva optare per un’altra soluzione e la follia di qualsiasi decisione che lui e chiunque e tutti gli Abramo del mondo si trovino a prendere in tutti i monti Moria del mondo.
Follia della decisione, quindi, come sospensione dei segni, della contestualizzazione del tempo e dello spazio, della decisione stessa, istante in cui tutto può accadere: l’atemporalità del tempo. L’ambiguità della notte bianca, chiara, ma senza sole, indistinzione tra realtà e sogno, tra lecito e illecito, tra bene e male. Tutto è sospeso: è rarefatto1. E’ Edipo sospinto ai margini del bosco di Colono, il “luogo tagliato”, “seduto in bilico sull’orlo della pietra, sul limite fra sacro e profano, sospeso” nell’atto di “varcare la soglia fra le due realtà2”.
Follia come opposto di ragione o altro dalla ragione, o ragione altra. Follia della decisione come parola interrotta che si insinua nell’istante dell’atto della decisione. Il linguaggio è rottura della follia, ma è al suo interno che vive il “gioco” tra ragione e follia3.
Essa rimane invisibile ed inafferrabile, tutto il mondo e niente del mondo in un istante e tuttavia il senso è alterato dalla sua sparizione, il nascondimento nella decisione e dalla decisione: la traccia rimane in-scritta nella scrittura; la in-serzione della scrittura.
Ragione e follia vivono indissolubilmente insieme, opposte l’una all’altra e tuttavia strutturalmente unite. Il linguaggio esprime la ragione ma la follia vi resta incisa, in-scritta nella scrittura.
“La follia si deve conservare distruggendola4.”, come il sale che si scioglie e lascia il sapore.
Lo studio strutturale della decisione deve risalire fino a comprendere e scoprire lo scambio perpetuo, l’oscura radice comune di ragione e follia, il contrasto originario che dà senso all’unità, come alla contrapposizione del senso e dell’insensato. Nel processo di adattamento della norma al caso concreto si annida quel rischio dato dall’apprezzamento soggettivo dei fattori integrativi esterni che può sfociare nell’errore percettivo, l’abbaglio dei sensi. E qui la follia lascia più di una traccia. Essa non è più in-scritta, incisa nella scrittura; è scritta; non disvela la ragione, ma se stessa. La follia non è più il sapore della decisione, ma è la decisione.
Questo dualismo, questa dicotomia ragione/follia, ripete il rapporto tra autentico-responsabile e orgiastico-eccezionale5. Così come l’abbandono della caverna platonica vuol dire mettersi sulla pura via della luce, cioè subordinare l’elemento orgiastico alla responsabilità, la ragione deve asservire a sé la follia.
Diversamente la decisione assume carattere orgiastico non disciplinato dal rapporto con la responsabilità.
La deresponsabilizzazione orgiastica, come Patocka chiama la caduta dell’essere nella quotidianità, nella noia tra il dovere e il divertimento obbligatorio, può servire ad indicare l’allontanamento della decisione dalla ragione6; allontanamento che si può rilevare, tra gli altri, nel riconoscimento della Forza; ovvero nel riconoscimento e nella omologazione della dissoluzione delle forme di ethos e nell’affermazione del “diritto al proprio corpo” e “alla propria vita” e “alla vita degli altri”, senza pervenirvi nel rispetto della sintassi del processo: un linguaggio senza sostegno.
La sentenza è costituita da proposizioni e predicati verbali che ne compongono le parti. Queste, espressamente enunciate ma non definite nel novellato art. 342 c.p.c., come pure negli artt. 329 e 336 c.p.c., costituiscono un ambito oggettivo sintatticamente e semanticamente ben individuato o individuabile – dotato di una certa autonomia nello spazio del discorso – perché autonomamente
impugnabile e autonomamente valutabile7. Esso è collegato causalmente al dispositivo da un nesso tetico o tematico; ne costituisce il portante, la base; il suo perché!
Se la parte o le parti della sentenza-decisione sono formulate in modo incomprensibile e prive di senso deve concludersi per la mancanza della stessa parte motiva perché priva degli elementi costitutivi del discorso, del ragionamento su cui si fonda e si basa il dispositivo, quindi, il vulnus, il vuoto o per meglio dire una parola o una proposizione interrotta. Ciò che Derrida definisce assenza di centro, assenza di soggetto, di autore e che Foucoult chiama “linguaggio senza sostegno”; una “relatività senza discorso” che rifiuta da principio di articolarsi in una “sintesi della ragione8”.
- Il concetto è ispirato da: Le notti bianche di F. Dostoevskij, trad. it. a cura di G. Faccioli, Milano, 1998. ↩︎
- Citton, Cercare Dio nel bosco di colono in Traduzioni di Eschilo (Agamennone. Le Coefore. Le eumenidi) – Sofocle (Aiace. Edipo Re. Filottete. Edipo a Colono), cit., 317. ↩︎
- Il concetto di “gioco” è quello di Gadamer, Verità e metodo, cit., 132 ss. ↩︎
- Derrida, La scrittura e la differenza, Torino, 2002, 197 ↩︎
- Patocka, cit., 115 ss. ↩︎
- Patocka, cit., 124. ↩︎
- Sul concetto di parti o capi della sentenza, v..: M.T. Liebman, “Parte” o “Capo” di sentenza, in Riv.dir.proc., 1964, 47 ss.; Monteleone, cit., 598-599; Attardi, Note sull’effetto devolutivo dell’appello, in Giur.it., 1961, IV, 153 ss.; Chiarloni, L’impugnazione incidentale nel processo civile, Milano, 1969, 29/60; Cerino Canova, Le impugnazioni civili, Padova, 1973, 122, ss. ↩︎
- Derrida, La scrittura e la differenza, cit., 47. ↩︎